Armenia 2008
Il Monte Ararat, Noè e il vino, la piana di Erevan, il Monastero
di Khor Virap, Garni, il Lago Sevan con il territorio disseminato di vestigia
culturali collegate alla ortodossia religiosa di una unicità particolare, la
follia industriale dei piani quinquennali sovietici, i personaggi come Charles
Aznavour, Alain Prost, Youri Djorkaeff e Alain Manioukan. Ed infine “lui”, il Cognac Ararat, il tanto amato
distillato da Sir Winston Churchill noto amante del buon bere.
Queste le motivazioni alla base della scelta di visitare
l’Armenia nel 2008 dopo innumerevoli rinvii dovuti alla instabilità politica.
(leggi guerra per il controllo del Nagorno Karabakh).
Non ho scritto una bestemmia riportando il termine “Cognac”
in riferimento ad un prodotto che non lo è. Nel periodo sovietico se ne infischiavano altamente dei
brevetti altrui e nel post regime, la
Distilleria Yerevan Brandy Company, essendo
stata acquisita dal colosso francese Pernod
Ricard, quest’ultimo giustificò la scritta cognac come identificazione della cultura e identità di una nazione
intera.
Così fu. Ottobre 2008, approfittando di un periodo di
relativa pace tra Armenia e Azerbaigian, raggiunsi Erevan facendo scalo a
Vienna.
Monte Ararat, il “luogo di Dio”. 5.165 metri di altezza. È sempre stato presente nei miei sogni fanciulleschi. Come
moltissimi coetanei della mia generazione, ho avuto una educazione cattolica percorrendo tutte le tappe
allora segnate e obbligatorie.
Catechismo,
chierichetto, Cresima, Prima Comunione con aggiunta di un anno di Collegio dai
Padri Cavanis di Porcari (Lu) per non perdere la retta via durante le
tentazioni dell’adolescenza. E quel Monte Ararat, l’Arca, la storia del
Patriarca Noè, raccontate magistralmente dal mio educatore spirituale
francescano Padre Carlo Mauro, per un viaggiatore in erba, rappresentarono
ripetutamente uno stimolo nella ricerca di notizie che avrei tradotto poi in un
viaggio futuro.
E quelle pagine della
Genesi ritornarono sempre alla mente nella mia laica giovinezza.
In particolare quella parte, post diluvio universale, accaduta
nell’attuale piana di Erevan, volutamente censurata da Padre Carlo Mauro che
recita così: “ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna.
Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto (specifico meglio, nudo!)
all'interno della sua tenda” (Genesi 9 : 20 - 21). Inevitabili le fantasie.
Nudo, un po’ alticcio, nella tenda non da solo. Oggi, quei momenti sarebbero
rappresentati in un film o serie televisiva, con scene simil-orgiastiche, con
ripetuti accoppiamenti. E il desiderio di andare a scoprire la Sacra Montagna,
la piana di Erevan, la storia della viticoltura armena e una visita alla Distilleria
Yerevan Brandy Company, si faceva sempre più forte. Ciò che avvenne.
Monastero di Khor Virap
Ricorrente fino all'ossessione nelle cartoline e nei libri
sul paese consultati fino all’epoca del viaggio. Il suo legame con San Gregorio
l’Illuminatore tenuto per molti anni prigioniero nelle segrete del Monastero.
Si è rivelato un luogo bellissimo, con ai suoi piedi vigneti rigogliosi
alternati a pascoli e quel continuo volteggiare in cielo delle cicogne. Lo
raggiunsi con un marshrutka (minibus pubblico) calandomi nella cavità profonda (circa
sessanta metri) per raggiungere la cella dell’Illuminatore.
Garni, le vestigia di
un'acropoli pagana.
Distante appena mezz'ora di marshrutka da Erevan fu
un’immersione nelle poche vestigia ancora presenti di un antico culto pagano
con un tempio dedicato al Dio Elio (il Sole). Si potrebbe pensare alla presenza
dell’Impero Romano. Si tratta invece di un culto precedente la cui fine
potrebbe essere datata intorno al 300 d.C. anni in cui l’Armenia si convertì al
Cristianesimo.
Il Lago Sevan.
Il lago Sevan, il più
grande in territorio armeno, posto ad un'altezza di circa 1900 m s.l.m.
contiene ben 33,2 km³ di acqua dolce. Una vera ricchezza idrica e fonte di
vita.
Le sue acque hanno un
colore che varia da un azzurro chiaro ad un blu intenso che donano al paesaggio
un aspetto molto particolare e affascinante. Le montagne vulcaniche innevate
che lo circondano aggiungono quel tocco di pittoresco.
Già Mare di Gegham,
gli armeni lo consideno Sacro e Santo. E per scoprire il perché
lo chiamano, nei detti popolari, Lago
Nero (Sev in armeno significa Nero), insieme alla mia giovane guida Ike, mi
fermai in un caffè nella strada principale della cittadina che dà il nome al
Lago. Un anziano desideroso di raccontare la
santa storia, di fronte ad una tazza di caffè bollente alla turca, mi
rivelò quella che secondo gli abitanti di Sevan e non solo, era la sacrosanta verità.
- Mi raccomando non pronunciare la parola leggenda - mi
sussurò Ike. Con lui parlavo in francese, notoriamente la lingua
maggiormente parlata dopo armeno e russo.
- Gli abitanti della
città di Sevan, attaccati dagli arabi, attraversando il lago gelato, si
rifugiarono sulla vicina isola dove era situato il monastero di Sevanavank e
qui si barricarono pregando Dio di salvare le loro vite. Quando gli arabi
arrivarono, tentarono anch’essi di attraversare il lago, ma il ghiaccio cedette
facendoli affogare nelle acque ghiacciate -.
- Okey, dissi. Ma perché Lago Nero?
- Per quelle tinte nere
dovute dagli abiti dei numerosi cadaveri arabi galleggianti sul Lago -.
Come non credere a questa sacrosanta verità.
Rimasi due giorni in riva al Lago per scoprire i monasteri medievali dell’XI secolo
come Sevanavank, sulle sponde
occidentali , Hayrivank e verso sud Noraduz con il suo cimitero di khachkar. Finalmente
in quel cimitero toccai con mano le
tipiche croci armene di pietra, delle quali possedevo una interminabile
collezione di foto.
La follia industriale
sovietica e il genocidio perpretato dai turchi.
La data storica della invasione delle truppe bolsceviche e
l’ingresso dell’Armenia nella Costituita Repubblica Transcaucasica è il 4
dicembre 1920. Bisognò attendere il 1936 per la nascita della Repubblica Socialista Sovietica Armena
e l’inizio dei folli piani quinquennali sovietici che snaturarono le città e le
campagne con insediamenti giganteschi industriali, inquinanti. Nel mio
girovagare nei paesini sorti come funghi accanto alle fabbriche, con la
classica architettura dei casermoni sovietici tutti uguali, con l’amico nonché guida Ike ad osservare i
visi, gli sguardi ancora tracciati dagli attimi di terrore subiti. L’aspetto di
quell’Armenia che la comunità internazionale, per anni ed anni, unitamente al
genocidio commesso dai turchi intorno agli anni ’20, ha sempre cercato di nascondere
e non renderlo ufficiale. Quest’ultima una delle pagine più vergognose scritte
dalla Storia.
Se qualcuno, leggendo
queste mie note di viaggio, visiterà l’Armenia in un prossimo futuro, si
ricordi di portare con sé un po’ di rispetto!
I miti nazionali,
personaggi simbolo, da imitare per gli armeni. Addirittura ad alcuni di loro,
ancora vivi in quell’anno del viaggio, già erano state dedicate strade e piazze
importanti nella capitale Erevan. Cantante e show men il primo, campione
dell’automobilismo il secondo, calciatore il terzo e stilista di moda il quarto. Tutti personaggi
che hanno avuto la Francia come paese d’adozione e per alcuni di nascita. Comunque
nessuno di loro ha mai rinnegato le proprie origini armene partecipando ad
iniziative importanti per la rinascita del paese.
Gigantografie di Aznavour, della Ferrari guidata da Alain
Prost quattro volte campione del mondo, della mitica rovesciata del Serpente
Djorkaeff e gli abiti di Manioukan ben esposte nei locali, nelle hall degli
Hotel, perfino sugli edifici pubblici.
Ricordo quella sera in Hotel ad Erevan quando, approfittando
di un pianoforte posizionato nella sala da thè, accennai al tema Com’è triste Venezia, ricordando Charles
Aznavour con il suo vero nome, Chahnourh Varinag Aznavourian. Mi sentii uno di
loro, un piccolo eroe.
Di Erevan la capitale cosa dire? Non furono certamente le
notizie ricercate prima del viaggio che ne determinarono la scelta. La trovai ancora
molto sovietica anche se in fase di cambiamento con i numerosi cantieri aperti.
L’unica visita desiderata, voluta, bramata fu quella alla già
ricordata Distilleria di Cognac, al suo museo e all’inevitabile wine shop, anzi
cognac shop, per gli acquisti.












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